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Concorso di Poesia Alicante
28.ma Edizione

Ultimo aggiornamento: 03 Agosto 2011
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Risultati

Risultati XXVIII edizione del premio di Poesia “Alicante”


Verbale della Giuria
Oggi, 30 giugno 2011, nella sede della Biblioteca intercomunale di Vigolo Vattaro si è riunita la Giuria del premio di Poesia Alicante, organizzato dal Comune di Vigolo Vattaro.
Erano presenti i componenti della Giuria: Renzo Francescotti (presidente), Giovanni Benaglio (Verona), Mario Meneghini (Vicenza), Lilia Slomp Ferrari (Trento), Umberto Zanetti (Bergamo).
Nelle settimane precedenti i componenti della Giuria avevano potuto singolarmente analizzare i testi poetici in dialetto di quasi una novantina di concorrenti di tutte le province del Triveneto, ognuno con tre poesie. Dopo un intenso confronto, all’unanimità, la Giuria ha redatto la classifica dei tre poeti premiati e dei cinque segnalati.


Segnalati in ordine alfabetico:

  • Antonia Dalpiaz di Trento per la poesia Pudor;
  • Luciano Bonvento di Rovigo per la poesia Adio mondo contadin;
  • Clara Kaisermann di Mezzolombardo (Trento) per la poesia La tronda;
  • Berta Mazzi Robbi di Casteldazzano (Verona) per la poesia Rabia;
  • Nerina Poggese di Cerro Veronese (Verona) per la poesia No gh’è pi’ mati.


Premiati:

  • III Premio Marta Vaccari di San Giovanni Lupatoto (Verona) per la poesia Piena. Motivazione: “Con un linguaggio intenso ed asciutto, in versi liberi di media lunghezza impreziositi da qualche rima, l’autrice medita sulla duplicità della natura rappresentata dal fiume che appare a volte idilliaco e trasognato sotto la luna argentea, altre volte “strossin” nella piena infernale, con la luna che nasconde la faccia per non ascoltare i lamenti e le doglie”.
  • II Premio Franco Uliana di Mogliano Veneto (Treviso) per la poesia Pojana. Motivazione: “Utilizzando un dialetto trevisano fitto di termini antichi ricchi di risonanze, giocando simbolicamente tra il concreto e l’astratto il poeta evoca due spazi: quello del cielo dominato dallo splendore della poiana (che però è anche volo che inganna, portatrice di morte) e quello della terra, radura in cui vivono i pulcini dei desideri, gabbia senza tetto sotto un cielo che ci minaccia”.
  • I Premio Fabio Franzin di Motta di Livenza (Treviso) per la poesia Tilio. Motivazione: “Avvalendosi di versi lunghi dal ritmo prosastico che ricordano quelli pavesiani di “Lavorare stanca” il poeta riafferra la figura di Tilio, un vecchio mezzadro scomparso. Lo fa rievocando la sua figura nel momento della morte (un teschio cotto dalla terra che ha rimestato tutta la vita, la pelle, una maschera di cuoio troppo stretta per il cranio) con tratti che graffiano come in un’acquaforte, senza nessuna concessione ai sentimentalismi ma con un’intensa partecipazione umana”.


I componenti della Giuria si congratulano con il Comune e la Biblioteca di Vigolo Vattaro che possono essere ben orgogliosi di questo Premio che si avvia a festeggiare la sua trentesima edizione, il più importante premio di poesia della Regione Trentino Alto Adige pur essendo in un piccolo paese ed uno dei più prestigiosi del Triveneto.

Renzo Francescotti – Presidente
Giovanni Benaglio
Mario Meneghini
Lilia Slomp Ferrari
Umberto Zanetti


Opere vincitrici

Fabio Franzin
1° classificato
Motta di Livenza (Treviso)

‘Tilio

In diaèto ‘l só nome l’è quel de ‘na pianta
alta, robusta, radìse che fa ‘n’antro àlbaro
piantà, specià tel fondo dea tèra. Lù ‘l iera
un omenèt pìcoeo, sec, peà, e senza denti.

Co’ l’è mort, te l’otantadó, mi ère via soldà,
a Udine; pa’ vègner al só funeràl ‘ò straversà
tut el nord-est, tute ‘ste campagne mudhàdhe
za in distreti industriài. Va su, l’è là, tel let,
me ‘à dita mé mare, só fia, va su, prima che
i ‘o sère. Fra ‘e man strente a pugno sora
el costato, un rosario nero su ‘a jaca scura,
come grani de ua restàdhi tel fondo del càro,
lù, son sicuro, el varàe bbu pì caro stréndher
el mànego de ‘na sapa. El muso un teschio
scuro, i làvari ‘sconti drento ‘a boca come
che lo ‘vee senpre vist, come che lo ‘vee
senpre sintìo parlar. Un teschio del coeór
dea tèra che l’à rumà pa’ tuta ‘a vita, ‘a pèl
‘na màscara de curame massa strenta pa’ a
só testa; tea mascara ‘a scritura parlàdha
dee urne paleovenete, ‘na mapa de triboeàr
e sudhàr: òni ruga ‘na vanga fonda tel paltan,
el nome de ‘na canpagna, de ‘na mandha tea
stàea; el nome fituàl e quei miseria, panadhèa,
òni striss ‘na rogazhión contro ‘a tenpesta,
el nome del fioét mort a dó àni, quel dea fia
morta a trenta, dei dó fiòi ‘ndadhi in ‘Merica,
e mai pì visti. Tii làvari ‘sconti un baso par
tuti, un fis.cio pers via fra ‘a tèra e ‘l caìvo.


Attilio

In dialetto il suo nome è quello di una pianta
Alta, robusta, radici a comporre un altro albero
conficcato, riflesso nei fondali della terra. Lui era
un omino basso, magro, calvo, e sdentato.

Quando morì, nell’ottantadue, io ero via militare,
a Udine; per partecipare al suo funerale attraversai
tutto il nord-est, tutte queste campagne mutate
già in distretti industriali. Va su, è là, nel letto,
mi disse mia madre, sua figlia, va su prima che
lo chiudano. Fra le mani strette a pugno composte sopra
il costato, un rosario nero sulla giacca grigia,
come grani d’uva rimasti nel fondo del carro,
lui, ne sono certo, avrebbe preferito stringere
il manico di una zappa. Il viso un teschio
scuro, le labbra celate dentro la bocca come
lo avevamo sempre visto, come l’avevo
sempre sentito parlare. Un teschio cotto
dalla terra che ha rimestato per tutta la vita, la pelle
una maschera di cuoio troppo stretta per il
cranio; sulla maschera la scrittura parlata
delle situle paleovenete, una mappa del tribolare
e sudare: ogni ruga una vanga affondata nel fango,
il nome di una campagna, di una manza nella
stalla; il nome mezzadro e quelli miseria, zuppa di pane,
ogni graffio una rogazione contro la grandine,
il nome del figlioletto morto a due anni, quello della figlia
mancata a trenta, dei due figli emigrati in Canada
e mai più rivisti. Nelle labbra nascoste un bacio per
tutti, un fischio che si perde fra i campi e la nebbia.


Pojana

Là su, jert e lis, śgrinf đe lus e spin
de òci, a far la vàita a ciarèle e vizha:
quel crep là l’è la coa đe la pojana,
mesa a pionbo sul vođo, ché là su
la tèra no la peśa e ‘l vènt al spende
vèrs l’alt, a òlt, nte la lama đe fogo.
Ah! Se le ne inmaga le ale tirađe
a lustro, la fùfigna đe quel śol
a zhércoi, e pura savon de la susta
đe quele zhate, đe la fan del bèch!
E se ‘l nòstro al lo incrośa, al so varđar
a ciòđo l’è ‘n s’ciantis che l’inbarluma,
òmeni òrbi, a or đe bus. Al nòstro
logo l’è na ciarèla, qua i se fà
véđer i pituset de i đeśiđèri,
na càpia zhènzha cuèrt, squaśi vartora
sul cel che ‘l ne fà contra, se volon quel
che no pođon ver par via đe tónbola,
i đeśiđèri ripieni đe stele.
Che i fii đe luśe i la tegne ligađa
streta, no la li ronpe la nòt, sòcia
đe la mòrt, o ‘l caminar nòstro a testa
alta, la pođarìe quela pojana
le ale sarar e cajer đo come sas
sora i pituset, a đarghe la cazha
e scarurirli đa ‘n orivo a l’altro!


Franco Uliana
2° classificato
Mogliano Veneto (Treviso)

Poiana

Lassù, scosceso e liscio, artigli di luce e spine
di occhi, a fare la guardia a radure e bosco:
quel greppo è la tana della poiana,
a piombo sul vuoto, poichè lassù
non pesa la terra e il vento sospinge
verso l’alto, a volute, nello stagno di luce.
Ah! Se ci ammaliano le ali tirate
a lustro, l’inganno di quel volo
circolare, eppure sappiamo della molla
di quelle zampe della fame del rostro!
E se il nostro lo incrocia, il suo sguardo
a chiodo è un lampo che abbaglia,
uomini ciechi, sull’orlo di foibe. Il nostro
luogo è una radura, qui si fanno
vedere i pulcini dei desideri,
una gabbia senza tetto, quasi varco
sul cielo che ci minaccia, se vogliamo ciò
che non possiamo avere che per caduta,
i desideri ripieni di stelle.
Che i fili di luce la tengano legata
stretta, non li rompa la notte, complice
della morte, o il camminare nostro a testa
alta, potrebbe quella poiana
le ali chiudere e cadere come sasso
sopra i pulcini, a dare loro la caccia
e terrorizzarli da un limitare all’altro.


Piena

L’è nà de sora sensa pudor…

e mi a pretendar nel cor
che le erbe salvéghe
smorlchè a le sponde
le inciusesse che ‘l “Passio” duro
zà in in vià sbregar.

T’e insacolà, fiume
afeti de case come strasse.

Epure ne l’istà
te parei incrocolà
a na luna in balansola
a meza-aria
che con un ragio d’arzento
la caresessaa la calma
de la to acoa.

Strossin, fiume, te si sta invesse
ne l’inverno
e ne la to piena inferno
e piassè tirana, la luna
che nel minuto greo
l’a sconto la facia
e zó in tera
solo lumenti come dolie
a implorar le acoe tòrbie
par poder far nàssar
na picola speransa
che no la risultesse
zà strasìa farfala, al volo…


Marta Vaccari
3° classificata
S. Giovanni Lupatoto (Verona)

Piena

E’ tracimato senza pudore…
e io a pretendere nel cuore
che le erbe selvatiche
flaccide alle sponde
avvinghiassero quel “Passio” duro
già in lacerazione.
Hai inzaccherato, fiume
affetti di case come stracci.
Eppure nell’estate
apparivi trasognato
ad una luna in bilico
a mezz’aria
che con un raggio d’argento
accarezzava la calma
della tua acqua.

Strozzino, fiume, sei stato invece
nell’inverno
e nella tua piena inferno
e più tiranna, la luna
che nel momento greve
ha nascosto la faccia
e giù in terra
solo lamenti come doglie
ad implorare le acque intorpidite
per poter far nascere
una piccola speranza
che non risultasse
già fiaccata farfalla, al volo.


Antonia Dalpiaz
Segnalata
Martignano (Trento)

Pudor

I lo ciamava pudor,
na volta,
quando le done,
a testa bassa
e ‘l libro de orazion ’ntra le man
le neva,
tute ensema
a messa granda.
Aqua e saon, la facia,
la vesta longa e ‘l rosari en scarsèla,
ma i oci,
carboni che brusava
quando i omeni
i le vardava, postadi
al mur de l’osteria
cola cica ‘ntra i dènti
e ‘l vin ‘ntel bicer
brovènt, come i penséri sconti.


Pudore

Lo chiamavano pudore,
una volta,
quando le donne,
a testa bassa
ed il libro delle preghiere nelle mani
andavano
tutte insieme
alla messa grande.
Acqua e sapone, la faccia,
la gonna lunga ed il rosario in tasca,
ma gli occhi,
carboni che bruciavano
quando gli uomini
le guardavano,appoggiati
al muro dell’osteria
con la sigaretta tra i denti
ed il vino nel bicchiere
bollente, come i pensieri nascosti.


Luciano Bonvento
Segnalato
Rovigo

Adio mondo contadìn

El jèra l’odore dee viole
che svèjava, la matina de marzo,
on çiéo vestìo da festa
che incominziava a ciacolàre co ‘e róndane.
La vién ancora primavera,
che da ‘e nostre parte,
ma a òlte me pare de no védarla,
de èssare on strabico restà senza maravéja.
Qua, dove l’inverno el serviva
pa sponsàre ‘e fadighe de l’istà
e la nòte a infassare el respiro ai sogni,
la vita contadina la s’a desfà
come on górgo de àqua dolze drènto el mare.
La richeza del nòvo ga canbia la vita.
I contadini i ga ciapà l’inverno
e i lo ga mèsso drènto on termosifón,
po’ i ga ciapà el camin chi ghéva in cusina
e i lo ga portà t’on cantón de l’ara,
i ga ciapà el cesso ch’él jèra dedrìo de la casa
e i lo ga portà tacà ala càmara da lèto,
metendoghe drènto parfin el spècio.
Dove i ghéva la casóna pàr el bosegàto,
dèsso i ga fato on garage de muro
có drènto ‘na machina straniera.


Addio mondo contadino

Era l’odore delle viole
che svegliava, la mattina di marzo,
un cielo vestito a festa
che incominciava a chiacchierare con le rondini.
Arriva ancora la primavera,
qui dalle nostre parti,
ma a volte mi sembra di non vederla,
di essere uno strabico rimasto senza meraviglia.
Qua, dove l’inverno serviva
per riposare le fatiche dell’estate
e la notte a fasciare il respiro ai sogni,
la vita contadina si è disfatta
come un gorgo d’acqua dolce dentro il mare.
La ricchezza del nuovo ha cambiato la vita.
I contadini hanno preso l’inverno
e lo hanno messo dentro un termosifone,
poi hanno preso il focolare che avevano in cucina
e lo hanno portato in un angolo dell’aia,
hanno preso il gabinetto da dietro la casa
e lo hanno portato vicino alla camera da letto,
mettendoci dentro perfino lo specchio.
Dove avevano il riparo per il maiale,
ora hanno fatto un garage di pietra
con dentro una macchina straniera.


Clara Kaisermann
Segnalata
Mezzolombardo (Trento)

La tronda

Son chì che empasti la tronda col levà,
e entant che ‘l profumo el fa ‘l giro de la cà,
me vegn adoss ‘l destrani de ieri sera
…quel sentirse ligéra…
come en fià de vent e pesar dese chili de pu ma dal content.

Mìgole de paradis le to parole, la to vos
la noda ancor dentro e me zervèl
come le ànedre del Nos.
I lampi de i to oci che me varda,
‘n sofranel che m’empizzava,
come fussa stada na candela,
la to man che carezzava
e mi che me pareva de esser na gatela.

Un l’è un, ma anca dói pol esser un o una
anca l’oss che l’è da sol, dentro el gà la so miòla.
Meti la tronda en forno e pensi che mi e ti
sen propi compagni a ‘sti dói chì:
dói rossi de ovo ‘ndé na sgussia sola.


La torta

Sono qui che impasto la torta con il lievito
e mentre il profumo fa il giro della casa
mi viene addosso la nostalgia di ieri sera
...quel sentirsi leggera
come un fiato di vento
e pesare invece dieci chili di più ma per la contentezza.

Briciole di paradiso le tue parole, la tua voce,
nuotano ancora dentro il mio cervello
come le anatre nel Noce.
I lampi dei tuoi occhi che mi guardano
uno zolfanello che mi accendeva
come fossi stata una candela
le tue mani che accarezzavano
e a me sembrava di essere una gattina.

Uno è uno, ma a volte anche due possono essere uno o una
anche l’osso che è da solo dentro ha il suo midollo.
Metto la torta nel forno e penso che tu ed io
siamo proprio uguali a questi due qui:
due rossi d’uovo dentro un guscio solo.


Berta Mazzi Robbi
Segnalata
Casteldazzano (Verona)

Rabia

Le mane fichè in scarsela
a pugni streti:
on sbrego cain avea taià
le speranse coè sui filari.
El bissinel l’era corso
su e zo nel vegnal
menando la cóa ‘sassina
a l’orba.

‘Desso come gnente fusse
le coiona anca el seren
sbrassà largo sui campi,
e in paese i sona e i canta
a tuto ‘ndar:
la sagra se fa istesso!

No gh’è pì la birocina
par catar-su almanco
chéla man de graspi batui in tera:
‘na pestesada as-cia
consa la tera.

Gnanca el temporal gavea sbiansisi de fogo
come ne i so oci.


Rabbia

Le mani ficcate in tasca
a pugni stretti:
uno strappo violento aveva tagliato
le speranze riposte sui filari.
Il vortice era corso
in sue e in giù nel vigneto
menando la coda assassina
alla cieca.

Ora indifferente
lo beffa anche il sereno
disteso largo sui campi,
e in paese suonano e cantano
a tutto volume:
la sagra si fa ugualmente!

Non c’è più il biroccio
per raccogliere almeno
quella distesa di grappoli buttati a terra:
una pesticciata dura
condisce la terra.

Nemmeno il temporale aveva lampi di fuoco
come nei suoi occhi.


=. Nerina Poggese
Segnalata
Cerro Veronese (Verona)

No gh’è pì mati

Mato come on sesto, oci spaisi,
el sentea vosse rampegar su dal posso,
el discorea co la so ombria,
ma el cantaa con l’anema da buteleto,
el cantaa sbindando note e ridendo a tuti.
No gh’è pì mati lì, nel me paese,
uno i l’à serà su a Marsana,
n’antro l’è migrà a magnar el pan de oro,
uno sa mascarà da brao poeta
e el ghe rompe i totani a la luna.
Calche ‘mbriago? On roersoto?
Machè i è svaporii
come le fade e le funssion al brespo.
I è tuti savi lì, al me paese,
nessun che siola con le man on scarsela,
i và da pressia a ciapar schei e no farfale,
barbe taiè e calseti driti.
I è strachi par dugar a farse schersi,
carneal l’è roba da butini,
no i ciama marso, le pegore i è al cuerto
e de spropositar on italiacano
an petato lì sa da on toco.
Ne de dì ne de note con la linterna,
te cati on mato lì, nel me paese,
i va con le machine, i va a sercar….
calcossa
e ai piè de l’arcobalen le pignate de oro
le denta rudene anca par le grole.


Non ci sono più matti

Matto come un cesto, occhi spiritati
sentiva voci arrampicarsi su dal pozzo,
e parlva con la sua ombra,
ma cantava con l’anima da bambino
cantava distruggendo note e ridendo a tutti.
Non ci sono più matti lì, nel mio paese,
uno l’hanno ricoverato in ospedale,
un altro è morto
uno si è mascherato da bravo poeta
e rompe le palle alla luna.
Qualche ubriaco? Uno mezzo pazzo?
Macchè si sono evaporati
come le fate e le funzioni religiose la sera.
Sono tutti savi lì, nel mio paese
nessuno fischia con le mani in tasca
vanno di fretta a prendere soldi e non farfalle,
barbe rasate e calze dritte
sono stanchi per giocare a fare scherzi,
carnevale è cosa da bambini,
non chiamano marzo, le pecore son al riparo
e di dire strafalcioni in italiano
hanno smesso già da un pezzo.
Nè di giorno nè di notte con la lanterna,
Trovi un matto lì, nel mio paese,
vanno con le auto, vanno a cercare…
qualcosa
ed ai piedi dell’arcobaleno le pignatte d’oro
si arrugginiscono anche per i corvi.


Risultati di tutte le edizioni del concorso:
Concorso di Poesia Alicante XXXV Edizione
Concorso di Poesia Alicante XXXII Edizione
Concorso di Poesia Alicante XXXI Edizione
Concorso di Poesia Alicante XXX Edizione
Concorso di Poesia Alicante 29.ma Edizione
Concorso di Poesia Alicante 28.ma Edizione
Concorso di Poesia Alicante 27.ma Edizione
Concorso di Poesia Alicante 26 ^ Edizione
 
 
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